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Licenziamento per giusta causa: limiti al controllo e alla rilevazione di fatti incompatibili con la certificazione dello stato di malattia

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Licenziamento per giusta causa: limiti al controllo e alla rilevazione di fatti incompatibili con la certificazione dello stato di malattia

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La decisione della Suprema Corte è relativa a fattispecie di licenziamento per giusta causa comminato per simulazione fraudolenta dello stato di malattia, ritenuta sussistente dal giudice di merito sulla scorta del materiale probatorio prodotto in giudizio, costituito nel caso di specie da filmati, fotografie e dalla deposizione testimoniale di agente investigativo.
La Corte osserva che «le disposizioni della L. n. 300 del 1970, art. 5, non precludono che le risultanze delle certificazioni mediche prodotte dal lavoratore, e in genere degli accertamenti di carattere sanitario, possano essere contestate anche valorizzando ogni circostanza di fatto – pur non risultante da un accertamento sanitario – atta a dimostrare l’insussistenza della malattia o la non idoneità di quest’ultima a determinare uno stato di incapacità lavorativa, e quindi a giustificare l’assenza». Ne consegue il «riconoscimento della facoltà del datore di lavoro di prendere conoscenza di comportamenti del lavoratore, che, pur estranei allo svolgimento dell’attività lavorativa, sono rilevanti sotto il profilo del corretto adempimento delle obbligazioni derivanti dal rapporto di lavoro», con la seguente necessaria precisazione.
In particolare, il giudice di legittimità richiama il proprio consolidato orientamento secondo cui, ai sensi dell’art. 3 St. Lav., la «vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria» deve intendersi riservata direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori, mentre il ricorso a forme di controllo o vigilanza estranee all’organizzazione datoriale – come nel caso delle guardie particolari giurate destinate alla tutela del patrimonio aziendale e dell’agenzia investigativa – deve ritenersi ammissibile soltanto in relazione alla avvenuta perpetrazione di illeciti, onde verificarne il contenuto, ovvero «anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione (v. Cass. n. 3590 del 2011)».
Il ragionamento seguito dal giudice di legittimità si basa, dunque, sui due seguenti postulati:
i) il controllo dell’adempimento delle prestazioni lavorative e la rilevazione dell’inadempimento dell’obbligazione contrattuale del lavoratore, vale a dire di mancanze specifiche dei dipendenti, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 c.c., sono riservati direttamente all’imprenditore e alla propria organizzazione gerarchica;
ii) il controllo e la rilevazione di atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero inadempimento dell’obbligazione possono essere demandati alla collaborazione di soggetti estranei alla organizzazione datoriale, come, nella specie, un’agenzia investigativa, ovvero, quanto alla tutela del patrimonio aziendale, alle guardie particolari giurate.
La Suprema Corte osserva che «né a ciò ostano sia il principio di buona fede sia il divieto di cui all’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, ben potendo il datore di lavoro decidere autonomamente come e quando compiere il controllo, anche occulto, ed essendo il prestatore d’opera tenuto ad operare diligentemente per tutto il corso del rapporto di lavoro (cfr. Cass. n. 16196 del 2009)».
Ciò posto, la Suprema corte (salvo poi cassare la sentenza in accoglimento di altro motivo di gravame) ha ritenuto esente da censure la sentenza impugnata, concludendo per la legittimità del controllo finalizzato all’accertamento dell’illecita simulazione della malattia, effettuato al di fuori dell’orario di lavoro ed in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa (cfr. Cass. n. 4984 del 2014; più di recente Cass. n. 9749 del 2016).
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Tags: licenziamento,, giusta causa, agenzia investigativa, guardie giurate, malattia, illeciti

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