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La Cassazione torna sulla configurazione giuridica del mobbing

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La Cassazione torna sulla configurazione giuridica del mobbing

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Nella sentenza in esame, la Suprema Corte ribadisce il proprio orientamento in ordine alla configurazione giuridica del mobbing.
Il mobbing, quale situazione potenzialmente dannosa e non normativamente tipizzata e concetto mutuato da una branca dell’etologia, costituisce un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo (in tal senso, Cass. Civ. Sez. Lav., 5 novembre 2012, n. 18927; Corte Cost. 19 dicembre 2003, n. 359).
Nella ricostruzione della giurisprudenza di legittimità gli elementi che concorrono ad individuare la fattispecie in questione sono: i) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano stati posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; ii) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; iii) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; iv) il suindicato elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi (così Cass. Civ. 21 maggio 2011 n. 12048; Cass. Civ. 26 marzo 2010 n. 7382; Cass. Civ. 17648/2014).
Riguardo all’elemento soggettivo costituito dall’intento persecutorio unificante i comportamenti lesivi, i giudici di legittimità ritengono che esso non necessiti di una dimostrazione ab intrinseco, ma possa desumersi ab extrinseco dall’uso abnorme del potere direttivo e di conformazione della prestazione, nella concatenazione temporale degli interventi e nelle loro modalità concrete, quando possa evincersi che esso è indirizzato a fine diverso da quello tutelato dalla norma, assumendo quindi carattere di illiceità.
Con la sentenza in commento la Suprema Corte conferma il precedente orientamento secondo cui pure il comportamento vessatorio di colleghi di lavoro può integrare una condotta di mobbing datoriale, ove questi sia rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo o delle condizioni ambientali che lo rendono possibile o le abbia addirittura determinate, considerato che anche l’aspetto umano fa parte dell’ambiente di lavoro nell’ambito del quale opera il dovere di protezione previsto dall’art. 2087 c.c., e che l’ascrivibilità al datore di lavoro dell’organizzazione dell’impresa anche sotto il profilo del personale ne determina la fonte autonoma di responsabilità costituita dall’art. 2049 c.c. (cfr. Cass. Civ. Sez. Lav. 25 luglio 2013, n. 18093; Cass. Civ. Sez. Lav. 15 maggio 2015 n. 10037).
In relazione alla concreta vicenda fattuale, la Corte ha valutato conforme a diritto la motivazione della pronuncia di merito che aveva ritenuto la richiesta di giustificazioni in dipendenza dall'assenza dal lavoro, la contestazione disciplinare per il ritardo nell'invio del certificato medico, la revoca delle ferie già concesse e la mancata concessione dei permessi sindacali ecc., essere tutti comportamenti che, anche se leciti singolarmente, deponevano per un atteggiamento persecutorio nei confronti del lavoratore.
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Tags: responsabilità,, vessatori, integrità, etologia,, comportamenti,, tempo, sistematico,, psico-fisica,, persecutori,, ambiente di lavoro,, mobbing datoriale,, 2049

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